Brexit: no di Westminster a secondo referendum

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La prima, presentata dalla laburista Hilary Benn, avrebbe permesso al parlamento di prendere il controllo della Brexit e di esonerare May. Non c'è più niente da negoziare, l'accordo che l'Unione europea poteva proporre è stato respinto ma non può essere rimesso in discussione. Insistendo che il problema resta quello delle garanzie sulla durata non indeterminata del cosiddetto backstop - la clausola di salvaguardia del confine aperto fra Irlanda del Nord e Irlanda imposta dall'Ue, ma temuta dagli unionisti come un potenziale vulnus al legame fra Belfast e Londra -, ma senza negare, in risposta a una domanda specifica, che essendo Hammond responsabile della politica finanziaria e fiscale del Regno si sia parlato pure di garanzie economiche per l'Ulster. Un no netto invece contro il tentativo d'un drappello di indipendenti di collegare il rinvio con l'obiettivo di un secondo referendum: speranza che i pro Remain più irriducibili non smettono di coltivare, soprattutto se lo stallo e i veti incrociati continuassero a farla da padrone, ma che stasera si prospetta in effetti più remoto sullo sfondo del sostegno incassato da appena 85 parlamentari e del voto contrario di ben 334 colleghi; maggioranza assoluta e blindata dell'aula anche al netto della criticata astensione decisa da Corbyn a nome del grosso del gruppo laburista.

Dopo il voto il leader dell'opposizione Jeremy Corbyn ha criticato i fallimenti e il caos nel governo degli ultimi giorni e in particolare la prima ministra Theresa May e aggiunto che l'accordo da lei proposto "non è più una possibilità percorribile".

Ue: "Non basta dire no al no deal" - La Commissione europea, infatti, si è rivolta ai parlamentari britannici dei Comuni, dichiarando che "non basta votare contro il no deal, dovete trovare un'intesa per un accordo". Lo ha annunciato il Governo. Sarebbe una proroga limitata e dovrebbe avere comunque il via libera della Ue, l'unanimità di tutti i 27 paesi. Difficile anche questa, ma nessuno vuole la responsabilità di un addio senza accordi commerciali e per lo spostamento e i diritti delle persone.

La votazione del 14 marzo è quella sulla richiesta o meno di un rinvio della Brexit oltre la scadenza originaria del 29 marzo 2019.

Theresa May preme decisamente per il cosiddetto "short delay".

Secondo Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, è opportuno concedere un lungo slittamento rispetto alla data del 29 marzo, così da garantire all'UK un "ripensamento della sua strategia sulla Brexit". Lo sostiene l'ex premier Tony Blair, ma questo piano non ha una maggioranza in Parlamento. Sono numeri che fotografano in modo nitido qual è la posta in gioco per le nostre imprese del food & beverage, che in questi mesi hanno vissuto con legittima apprensione le vicende sulla Brexit. I conservatori potrebbero essere guidati da un euroscettico come Boris Johnson.

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